Intervista al maestro musicale Fabio Fava

“La musica è la scienza dell’anima, del pensiero e del vivere”. Questa è una delle considerazioni che sono nate dal colloquio con il maestro Fabio Fava che ha avuto luogo nella “Sezione locale” della Biblioteca comunale di Casalmaggiore.

Da quando nasce la sua passione per la musica?

Quando avevo sette anni, mia mamma regalò a mio padre una musicassetta in cui c’era la musica di un gruppo precedente ai Rondò Veneziano, che si chiamava Accademia Classic. Questo gruppo eseguiva tutto un susseguirsi di melodie di musica classica con batteria e sintetizzatori. Questa cassetta si è consumata a forza di ascoltare questi brani. Col tempo ho cercato gli originali dei brani e li ho collezionati acquistandoli in un negozio del mio paese. Volevo sentire il brano che mi aveva colpito in elettronico ma ripulito dalla finzione degli strumenti artificiali

Ma fino a questo punto lei è stato solo un fruitore di musica…

Si. Solo un ascoltatore. Devo dire grazie a mia nonna e mio nonno che nel tempo hanno collezionato dei vinili di opere da ascoltare, circa duecento, a cui io ho attinto per la mia conoscenza musicale. Perfino dei 78 giri. E si trattava di opere anche sconosciute alla maggioranza dei fruitori di musica classica, come le opere di Wagner, Weber, Meyerbeer, Mozart e Cimarosa.

E il passaggio alla musica praticata quando è avvenuto?

In prima media. Avevo una insegnante di musica estremamente severa. E ringrazio sia successo così. Ci fece conoscere il flauto dolce, cioè quello scolastico. A ogni lezione, che erano due ore attaccate, si faceva sia flauto dolce, sia solfeggio, sia ascolto musicale grazie ad un giradischi portatile. E con l’ascolto c’era anche la spiegazione dei brani, la loro storia. Quelle erano le due ore più belle. Mi sembrava di esistere in un’altra dimensione.

Come è stato il passaggio alla professione, ad essere un professionista della musica?

C’è stata l’iscrizione alle Estudiantina, una scuola di musica del mio paese. Li conobbi il maestro Bruno Bianchi. Era diplomato in trombone, però aveva studiato anche strumentazione per banda. Quindi conosceva almeno in teoria la tecnica degli strumenti a fiato. Mi fece provare diversi strumenti e quello per cui sembravo più portato era il clarinetto. Avevo quattordici anni. Il clarinetto era uno strumento che a me piaceva, anche perché avevo avuto modo di ascoltare lo splendido concerto che Mozart aveva scritto in soli 15 giorni e dedicato all’amico A. Stadler: una partitura di assoluta eccellenza. (Chiunque dovrebbe ascoltare questa composizione – ha dell’incredibile) All’epoca il clarinetto era ancora in una fase embrionale della sua evoluzione, non era certamente lo strumento completo e relativamente agevole di oggi.

Ha frequentato il Conservatorio?

Si. Il mio percorso in Conservatorio è stato più breve dei consueti sette anni di clarinetto, perché ero già stato preparato precedentemente e avevo acquisito sufficienti doti tecniche da poter accedere al 4° anno di Conservatorio. Devo ringraziare il maestro Bruno Bianchi, e forse non riuscirò mai a ringraziarlo abbastanza, se sono stato ammesso ad un grado più elevato del corso di studi in Conservatorio. Dopo tanto impegno, il diploma. Tra gli studi portati a termine durante quel percorso c’era anche composizione.

E da questa si è arrivati alla nascita della sua partitura: il Tripletto Atomico, con la Casa Musicale Sonzogno. Di che cosa si tratta?

E’ una partitura per una orchestra da camera, o se si vuole una ensemble da camera. Gli strumenti per cui è scritta sono: il flauto, l’oboe, il clarinetto basso e il fagotto che compongono il quartetto dei fiati; le percussioni, cioè il pianoforte – che io considero una delle più belle percussioni mai create; violino, viola e violoncello compongono la sezione degli archi. Queste tre sezioni di strumenti diverse tra loro si fondono nella fantasia musicale della mia partitura.

E’ la sua prima opera di composizione?

Ho già all’attivo più di trecento brani. Si parte da brani per la didattica nelle scuole fino ad opere più complesse. La mia sfida personale è riuscire, con le poche note che un bambino sta imparando a suonare, a cavarci una melodia abbastanza orecchiabile. E’ molto più difficile questo esercizio che il partire da un tema già scritto e costruirci sopra una composizione.

Da che cosa parte l’ispirazione per la creazione di quest’opera?

Il tripletto prende le mosse dalla mia passione per la fisica delle particelle. Secondo me oggi un artista non può permettersi di creare ignorando le scoperte scientifiche e i progressi della tecnologia.

E’ già stato suonato?

No. L’ho presentato ad un direttore di orchestra di Casalmaggiore a cui sono solito chiedere un parere quando creo delle composizioni. Un giorno gli ho presentato i miei lavori tra cui il Tripletto. Ed ebbi, su questo, parere molto favorevole. Disse che era molto originale e dallo stile ben definito. Mi stilò una lista di case editrici a cui presentarlo tra cui non c’era la Sonzogno, quella con cui ho pubblicato.

Cosa l’ha convinta a inviare a quella casa editrice?

Ho fatto due conti: ho quarant’anni, una vita di studio, non ho niente da rimpiangere… e allora l’ho spedito.

Cosa le risposero?

Che il mio componimento era molto bello, molto interessante. Fattibilissimo, perché è accessibile ad un pubblico di musicisti che parte dallo studente alle prime armi fino al professionista. Mi chiesero se volevo pubblicarlo. E io dissi di si, pur con incredulità.

Se un giovane venisse da lei e le chiedesse di insegnargli a comporre, lei che cosa gli risponderebbe?

Principalmente che uno strumento, o per meglio dire che la musica è composta da una teoria e da una pratica. Che devono essere conosciute in maniera completa. Sono due passaggi obbligati. Perchè un vero musicista, uno bravo non solo fa le note bene, ma trasmette tutti i suoi pensieri e gli stati d’animo nell’esecuzione. L’esecuzione fredda e cruda di uno spartito musicale è contraria ai miei principi. Un brano musicale ha la necessità inderogabile di essere, tra le varie cose, contestualizzato nel suo periodo storico.

E’ vero che lei ha messo su una piccola formazione musicale?

Con alcuni degli allievi della scuola musicale di Casalmaggiore abbiamo messo su una piccola ensemble chiamata “Ensemble Antonio Salieri”. E’ composta da cinque clarinetti e da un flauto traverso. Non esiste repertorio per questo tipo di formazione. Suoniamo brani da camera per fiati. E mi sono incaricato di trascrivere ben centosettanta brani per poterli suonare con l’ensemble.

Quando le è venuta l’idea per questo tipo di formazione?

Quando ancora ero in Conservatorio.

Come è nato il progetto?

Il trovarmi alle Estudiantina, dopo la fine del mio corso di studi al Conservatorio, con la stessa situazione di quando studiavo, cioè più strumenti dello stesso tipo, se non uguali, mi fece scattare la scintilla. Presi diversi studenti e gli prospettai di mettere su un gruppo ma non con una regolarità da professionisti. Piuttosto con una libertà che non costringesse troppo al sacrificio i componenti. Una cosa casuale. Da li si è evoluta fino al quarantanovesimo concerto nei primi di ottobre di quest’anno e cinque anni di attività alle spalle.

Se le proponessero di scrivere un libro sulla storia della musica, o su un musicista, lei che cosa sceglierebbe come argomento?

Sceglierei il maestro Antonio Salieri.

Perchè?

Perchè non c’è niente di suo. Ci sono tante citazioni. La Fondazione della Scala di Milano fece una pubblicazione per la riapertura diversi anni fa del teatro. Trattava della spiegazione dell’opera che inaugurò la stagione di quell’anno. Ma a mia conoscenza manca un’opera sulla sua storia.

E’ anche perchè lei non vuole che la storia di Salieri cada troppo nell’oblio?

Si. Tanto per farle un esempio: ho chiamato a Legnago, dove è nato Salieri e dove c’è il teatro intitolato a lui. Ho parlato con il Sovrintendente locale del fatto di poter suonare nel teatro e mi è stato risposto che è molto particolare che un italiano si ricordi ancora di Salieri. La mia intenzione era quella di poter suonare i quattro pezzi del repertorio che abbiamo con l’ensemble. Non ho ancora avuto risposta. Ma questo è per dire che un personaggio come lui, che a Vienna, nel suo tempo, è stato una autorità che controllava ciò che veniva messo in scena nei teatri della città, che creò la prima casa di riposo per i musicisti anziani a Vienna, viene lasciato all’abbandono dalla storia. E’ stato un contemporaneo sia di Mozart sia di Beethoven. Faceva gratis lezione a musicisti che non potevano permettersela. In quanto maestro di canto fu collaboratore di Haydn. Ciò che passa è il ritratto di lui assassino. Vorrei rendere una quadro d’insieme un po’ più completo.

Qual’è la bugia più grossa che ha sentito su di lui?

Che ha ucciso Mozart. Mi è capitato una domenica in chiesa una signora durante un concerto è saltata su dalla panca e si è messa a gridare del fatto dell’uccisione di Mozart. Mi sono messo al microfono e ho spiegato le mie ragioni a riguardo.

Ha un sogno nel cassetto?

Si.

Quale?

Creare una colonna sonora per il cinema. Quando vado al cinema penso come poter musicare quel film. Quando ho un ritaglio di tempo confabulo sulla musica che potrebbe andare bene, se si può fare una colonna musicale differente per questa o quella pellicola.

Quali sono le colonne sonore che l’hanno colpita di più?

Quella del film “E.T.”, che ho visto da bambino. Poi c’è “Schindler’s List” e “Mission” di Ennio Morricone. Non tralascio i vari “Jurassic Park” e “Lo Squalo”, ma anche i film di Alberto Sordi, di Luchino Visconti, “La vita è bella” di Benigni con la musica di N. Piovani e tanti, tanti altri.

Le piacciono i film popolari…

Uno dei compositori che apprezzo è Nino Rota. Si potrebbe dire uno dei più grandi. Perché è un compositore doppio. E’ un autore che per una metà ha scritto musica popolare, orecchiabile, quella che lo ha reso famoso ai più. Per l’altra metà ha scritto musica per orchestra, per strumenti solisti. Rota non fa differenze di qualità: la musica per il cinema è caratteristica e evocativa, la sua musica accademica è totalmente originale e, in ogni caso, anche quando trae ispirazione da altri compositori lo fa in modo del tutto personale e originale.

Le piacerebbe essere un compositore famoso quanto Nino Rota?

Sinceramente non mi interessa diventare famoso. L’importante è che possa avere sempre idee nuove, tradurle in musica, bearmi della mia vocazione, ridere, emozionarmi quando ascolto una mia composizione, coltivare le mie letture siano di argomenti astratti o pratici, insegnare, impare sempre, non smettere mai di suonare. Fino alla fine.

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